la verità, vi dirò, sull'amore
“Visto che l’anno, sebbene meno dolcemente del previsto, si avvia al finire, e poiché siete impigrita in questo scorcio di primavera come un serpente in letargo; dato sì che non vi manca vitto e alloggio nonché una consistente rendita per i vostri capricci, vi invito a compiere quello per cui foste accolta nella mia casa; o della cassa dei migliori vini dell’annata non vedrete nemmeno l’ombra. E risparmiatemi, ve ne prego, quelle vuote chiacchiere di cui ultimamente sono zeppi i vostri scritti.”
come tutte le cose superflue l’amore teme di non esistere mai abbastanza. si muove fra la biologia e un ricercare a 6 - la forma più alta di ogni invenzione formale - e in questo spazio d'attesa in divenire - che solo giunti all’età di mezzo capiremo essere inutile (ma dopo l’ecclesiaste cosa non lo è?) - si muove con le sue variabili fino alla costruzione di variazioni vere e proprie.
sorprende ancora imbattersi in chi trascorre la vita come fosse stato tagliato in due dagli dèi e poi gettato nel mondo, in attesa cioè del ricongiungimento con quella metà della mela: provando e riprovando a combaciare. quale inutile spreco, sebbene nei miti ci sia sempre un po’ di verità o forse chissà che aristofane non avesse letto freud.
alla radice dell’amore l’originaria separazione: espulsi, strappati dal grembo materno, cordone ombelicale tagliato di netto (per essere messi subito di fronte all’ineluttabile), convinti a rimanere vivi con la promessa di un amore grembale infinito, non sapemmo di essere soltanto macchine volte alla conservazione e alla perpetuazione del nostro patrimonio genetico, e che la riunificazione da quella separazione altro non è che il carburante più adatto a far correre meglio la macchina. ho sempre avuto il sospetto che pure il fatto che l’amore abbia trovato nei millenni i suoi aedi che enfatizzassero il tormento e l’esaltazione della passione… be’, che fosse anche questo programmato nel nostro dna. eros, agape, philia sono solo aspetti della stessa bevanda al gusto di caramello e gazzosa.
per una riformulazione che appartiene al tempo degli inganni, piuttosto, soltanto la musica barocca - priva di maneggi finto-epifanici - racconta della necessità simultanea dell'uno e del suo doppio, della molteplice forma dell'identico e del diverso, dell'immoto e del mobile, del simmetrico e del paradossale nel prima e nel dopo che muta ad ogni istante. cos’è, dunque, che (s)muove l’amour passion? la verità è che il segreto chiede di rimanere segreto. ben lo sa lo scaltro cattolico, lui che tenne una stronzata indicibile come il terzo segreto di fatima inviolabile fino a qualche anno fa quando infine, svelato, delusione e sorrisetti rischiarono di travolgere mediaticamente il vaticano. quando il rospo chiede perfido al millepiedi come fa a coordinare tutte quelle fottute zampette, il povero millepiedi frana disastrosamente.
troppe teorie sull’amore, troppi disvelamenti disfano l’amore. il segreto quindi dell’amore è che resti tale. che resti quella misteriosa indicibile nostalgia della prima volta che le labbra si dischiusero umide d’esaltazione, che resti quel parossistico senso d’abbandono misterioso del corpo prigioniero e felice, lo stupore colpevole, magnifico, dei primi incontri - così come nei versi di tarkovskij padre, che resti l’attimo commovente e mai fuggito di parole dette a voce e occhi bassi, e dell’avvolgersi della loro eco intorno al fumo di una sigaretta, calamitati assieme verso la betlemme di tutte le ricongiunzioni. si faccia quindi l’amore e non se ne parli.
ma sarà davvero così? confesso, sono confusa. e mentre ascolto like a rolling stone in questo ipod che mi trasporta verso il nord di una germania soltanto immaginata e osservo il mio golfo trapunto di nebbia, quello che più mi piace è rievocare il rotolare fatale di quella pietra che travolgeva ogni singolo appuntamento. l’amore meglio vederlo al cinema o nel salotto di casa da uno schermo al plasma. non affidiamogli la chiave del palazzo. il desiderio ha da essere sempre differito, ingannato. solo così, le due metà della mela, con aria noncurante, dopo una danza rituale di avvicinamento, una volta combaciate potranno essere persino sigillate.


