mercoledì, 02 luglio 2008
òh, senti... (ma vorrei che sentissi la mia voce, il tono) ché se fossi tua madre e te il mio ragazzo che così ti porto una volta agli alberoni e magari ti insegno ad andare a cavallo poi siccome tu ne avrai abbastanza di questa mamma un po' sciocchina e futile ti porto all'antico martini dove tu non mangerai per trecento euro che pagherò con mezzo sorriso e poi al cimitero ebraico del lido (fra le lapidi ti mostrerò quella di sara copio sullam) dove ti dirò con un gran giro di parole che insomma ma quella lì sì hai capito quella lì sarà pure una brava cattiva ragazza ma mica è adatta a te e che è ora che esci da 'sta cosa masochistica basta un cambiamento della prospettiva ché tanto a questa vita stare attaccati con le unghie è una cazzata quindi non farti male di più di quello che serve e lo so che tu pensi cazzo mi hai portato in un cimitero per dirmi 'sta bella roba (ovvio con parole tue). volevo che sentissi un po' di inghilterra che sentissi il posto dove sei come se fossi un po' inglese un turista un viaggiatore a volte sai anche io faccio fatica ad accettare cose diverse da me ma poi ce la faccio seppure con sforzo ce la faccio sì ma il tuo blog è proprio così molto poco cimitero ebraico invece vedi com'è bello qui tutto il marmo e il silenzio e gli alberi ma tu ma guarda un po' che ingrato te butti indietro la testa perso in una risata ma mentre ti guardo le spalle larghe che si dondolano all'uscita dico penso che ho proprio ragione sul tuo blog che si definirebbe cult diciamo un blog cult un trash d'autore ovvio visitato dalla giusta fauna tutto è così giusto hai persino le dame high society tutto ce sta diciamo ma tu, te, ci stai? ma io dico di no... e io ti trovo
22:51
lunedì, 23 giugno 2008
"A lungo uno striscia su questa terra come un bruco, nell’attesa della diafana e splendida farfalla che porta in sé. E poi il tempo passa, la ninfosi non arriva, rimani larva, desolante constatazione, ma che farci? Certo, il suicidio resta un’opzione."
 
Le benevole, piuttosto cioraniana la prima pagina: ne La tentazione di esistere, chiamato quotidianamente al suicidio cioran non lo ha mai messo in atto poiché, spiega, il solo pensiero di poterlo fare gli dava la necessaria consolazione per tentare di esistere. certo egli non riteneva che il tempo fosse così prezioso, come ci insegna ad esempio chi ha provato l'insonnia: nel tempo si precipita verso una sorta di Nulla nella contemplazione del cinismo della Storia. i cattolici insegnano che è l'uomo da sé medesimo che scava il male in miniera... come se nascere ebreo facesse parte del libero arbitrio. ma l'idea della violenza non è mai univoca, scatena la strategia del controllo anche per la vittima, ne smuove le ambiguità, ne cava le contraddizioni laddove colpa e desiderio sono così intrecciati da non poterne cogliere le dominanti. ho idea che littell confermerà che siamo eccezionali macchine che producono strategie per il controllo e la soddisfazione del desiderio, anche quando sottraiamo a livello massimo: da hitler a san francesco nessuna fatica a riconoscere lo stesso uomo.

3/10/2007

littell non nega la sua propensione per i carnefici, che trova 'assai più interessanti delle vittime'. non gli do torto. quello che oggi gli vale il j'accuse di yehoshua è il suo mostruoso talento nel parlarci di satana l’avversario, null’altro. un talento che fa pulsare questo motivo come un ascesso, come pura intensità di vigilia: il mondo in fiamme, la lebbra nella città gialla, non rimane che il male, da evocare tra i merletti e fino allo sfinimento: un piccolo grande soldato che va alla morte cantando l’odore dello zyklon b. inarrivabile, mostruoso, appunto.
19:00
venerdì, 20 giugno 2008
“li beccano quando tornano, tu non devi tornare mai più”


20:46
mercoledì, 18 giugno 2008
avrei voluto veder accadere cose nella mia vita. sapevo che niente era come sembrava, ma non riuscivo a trovarne una prova.

credo che la tosse in sala sia stato uno dei motivi fra i tanti che indussero glenn gould a lasciare le sale da concerto. provo a mettermi nei panni del maestro, sfornava ogni mattina odorosi croissants e in cambio si sentiva zaffalare denti guasti e scalogno rimasticato. il pubblico… c'era di che adontarsi. vi erano tanti posti a corte in cui orinare i propri sassolini silicei, perché farlo davanti a palazzo? gli si era costruita una fila di orinatoi vespasiani in cui persino una ragazza di buona famiglia dotata di gamba lunga sarebbe riuscita a farla stando in piedi, piccola sterzata antropologica. macché, non c'era niente da fare, l’ascoltatore era quel che era. occorre essere nati con qualche quarto reale o frammenti di genio nel dna per comprendere appieno che la volgarità alligna nella disaffezione al cervello? che non ci si deve mai fidare troppo della propria inclinazione a trattenere la penna? e che desiderare fortemente di scrivere una cosa è motivo sufficiente per astenersene? la fascinazione che il personaggio g.g. continua a esercitare è comprensibile: si esiste pure se non si appare, un controtendenza assoluto che sottoscrivo. ma non è detto che sia la corretta postura: c’è un aspetto dell’ossessione per l’assenza e per l’inapparire che sconfina nel rischio di condividere delle battaglie con chi vi si accoda. non è per niente necessario, per alcuni lo è infinitamente.

la mia opinione su luigi castaldi non è un mistero: è molto meglio di quello che appare. è un grande seduttore ma ci si risparmi, nel caso, la battuta maliziosa: è noto che commercio di carni qui non se ne fa. forse è proprio questo che mi permetterebbe di scivolare sull'apologia o sul declivio del ragionamento sul perché io lo ritenga un eccellente prosatore. non ne sarei capace, e comunque la cosa lo imbarazzerebbe. riassumo: il suo è un discorso circolare, unitario (composto di schegge, destrutturabile ma unitario), che lega il primo all’ultimo dei suoi post, e il fatto che non tutti questo abbiano colto ha una ragione precisa che rappresenta essa stessa la cartina di tornasole della sua grande perizia. come g.g., malvino s’è annoiato di avere un pubblico*. scriverà per sé, dice, eccolo l’inevitabile punto d’arrivo del talento: chiedersi che senso abbia farlo per altri. ne avevamo parlato lungamente, di questi blog, dello scrivere e del leggere, di molto altro ancora. nonostante la (sua, incondivisibile) visione liberista del mondo, altre cose ci accomunano, una tra queste l’indifferenza al mediocre sentire. ma per quanto castaldi sia uno dei grandi trastullatori di tastiere, paragonarlo a gould mi sembrerebbe un azzardo, frutto della medesima esaltazione catarrale che spinge i felici molti a strombazzare ‘geniale!’ ogni volta che inciampano in una qualche intuizione al di sopra della portata delle masse. delle quali, ovvio, non si sentono mai parte. è così che si esce di scena: sommessamente.

c’è un filo rosso che accomuna alcune persone: è la capacità di riconoscere il luogo comune, e di evitarlo. stabilisce una linea spartiacque fra chi è mollement balancé sur l'aile d'un tourbillon intelligent e chi no. per questi ultimi non intendo solo le mezze calze, ma anche quelle persone colte e curiose con idee brillanti che non sono però arrivate a concedere alla propria anima uno scarto d’altro tipo. così dicevo, perché non si tratta solo di comprendere, ma di essere... essere ogni verso, essere ogni nota, essere ogni mattino. il talento non c’entra, la cultura poco. il talento è la capacità di evitare istintivamente le trappole dell’ovvio. la vocazione all’essenziale. il genio è ancora qualcosa in più: è l’ossessione di dare una risposta al proprio demone facendo strame dell’ovvio per i secoli dei secoli. avere talento è ragionare per contrappunti. bach è il genio perché è lineare. lineare significa non solo che procede per linee di contrappunto ma perché rendendo trasparente il non conoscibile provvisorio lo trasforma nel definitivo inconoscibile. stessa cosa in shakespeare o in kubrick. forse in proust.

chiesero a lévi-strauss cosa avesse sostituito i miti, il racconto dei miti nell’età moderna. rispose: la musica. la polifonia e il contrappunto, secondo lévi-strauss, permettevano di organizzare una fuga con la stessa logica adottata dal pensiero mitico nel disporre una a fianco all’altra le varianti della medesima storia. non so se le variazioni infinite, anche quelle non scritte, che giacciono nelle miniere auree sotto forma di invenzioni musicali nel clavicembalo ben temperato o nel klavierübung, siano come i racconti dei miti. credo che lévi-strauss non sia immune dall’aver detto cose discutibili. cose su cui si può discutere insomma.

nelle variazioni goldberg nessun artificio è trascurato ma tutti gli artifici sono trasfigurati in una costruzione che li rende necessari, ineludibili. si arriva alla trentesima dopo una pausa ristoratrice, quel quodlibet dove si intrecciano due melodie popolari al più denso contrappunto, fino ad annullare la variazione in un gioco incrociato di specchi. ecco l'estremo gesto chiesto da bach. a goldberg? no, a gould, è chiaro: ripetere l'aria. è la stessa sarabanda… ma no, non è più la stessa. nel tema iniziale chiaro, arrendevole, la memoria (o la vertigine) ha depositato il disegno sovrapposto di tutte le variazioni. l'aria d’apertura in sol maggiore, questa svagata sarabanda, è la porta immateriale che ci introduce al regno dell'indicibile, delle interrogazioni jabesiane, attraverso cui si esce per entrarvi di nuovo con sempre minor speranza, e sempre maggiore nostalgia. ma il vero terrore, l'infinita gioia, è nel rendersi conto che la porta delle variazioni ci introduce all'unica storia possibile della creazione del mondo. no, non l'unica storia: l'unica voce, l'unica lingua. forse lévi-strauss aveva ragione. tutto il resto è romanticismo imbarazzante.



[* pare che l'idea lui l'abbia cambiata, lo stesso non si può dire di me: il post non cambia di una virgola. nel dettaglio: si vede che non è ancora arrivato a saturazione.]
09:29
sabato, 09 febbraio 2008
autodafé


"Il tuo blog. Ci sono capitato la prima volta abbastanza presto, forse era la prima metà di ottobre. Sono stato tentato di lasciarti un augurio […] per l'esserti messa in proprio, ma volevo dirti pure che l'inizio mi sembrava troppo clericofobico […]. Stavo per lasciarti un commento, poi però ho desistito. Lì ho anche letto qualcuno dei tuoi frequenti scambi con adulatori e falsi denigratori, con in primis questo al che tu chiami (h)al (9000?), ma devo dire che non sono molto a mio agio con un certo stile un po' retrò, un po' decadente, come quell'altro della lingua tagliata, tutta quella pompa, quell'enfasi, malgrado certe tue immagini davvero fulminanti (complimenti per quelle), e confesso che alcune delle cose che scrivi nemmeno riesco a capirle (è un mio limite, è la mia forma mentis). Cioè, nel leggere quello che scrivi mi sento come investito da un fiume in piena, presto perdo di vista il punto, torno indietro a rileggere, faccio fatica, in qualche modo arrivo in fondo ma mi rimane spesso la sensazione di aver perso qualcosa. Però considera che questo non è un giudizio (e se lo fosse conterebbe meno di zero), è piuttosto un'autocertificazione di alterità, la mia. Alcuni tuoi post mi sembrano scritti di getto (lo sono?), in una specie di inarrestabile stream of consciousness, spesso nel pieno di un rifiuto, sull'onda dell'indignazione, con lo sparo ad alzo zero e il disprezzo disseminato a piene mani. […]
Il mio stile, ammesso che ne abbia uno, è un altro. Ho grosse difficoltà a prendermi sul serio, tutto passa attraverso il filtro del sub specie aeternitatis, sento il bisogno di sfrondare, di andare all'osso, della compostezza, più che irascibile preferisco essere percepito come persona austera, o anche rigorosa, perché austerità e rigore mi attraggono, ed è così che mi sforzo di essere, al punto che tendo a liberarmi della parola ogni qualvolta questo è possibile.
Parto dal tuo blog e finisco per parlare di me, cosa discutibile e che abitualmente non amo fare. Ma qui mi serviva perché volevo scrivere con poche mediazioni e allo stesso tempo farti capire che non sto giudicando, c'è un valore nel tuo blog, ma io piuttosto preferisco il margine. […]
Detto senza nessuna solennità, perché sennò mi contraddico."

lettera firmata
11:01