22/06/2009
la verità, vi dirò, sull'amore

“Visto che l’anno, sebbene meno dolcemente del previsto, si avvia al finire, e poiché siete impigrita in questo scorcio di primavera come un serpente in letargo; dato sì che non vi manca vitto e alloggio nonché una consistente rendita per i vostri capricci, vi invito a compiere quello per cui foste accolta nella mia casa; o della cassa dei migliori vini dell’annata non vedrete nemmeno l’ombra. E risparmiatemi, ve ne prego, quelle vuote chiacchiere di cui ultimamente sono zeppi i vostri scritti.”


come tutte le cose superflue l’amore teme di non esistere mai abbastanza. si muove fra la biologia e un ricercare a 6 - la forma più alta di ogni invenzione formale - e in questo spazio d'attesa in divenire - che solo giunti all’età di mezzo capiremo essere inutile (ma dopo l’ecclesiaste cosa non lo è?) - si muove con le sue variabili fino alla costruzione di variazioni vere e proprie.
sorprende ancora imbattersi in chi trascorre la vita come fosse stato tagliato in due dagli dèi e poi gettato nel mondo, in attesa cioè del ricongiungimento con quella metà della mela: provando e riprovando a combaciare. quale inutile spreco, sebbene nei miti ci sia sempre un po’ di verità o forse chissà che aristofane non avesse letto freud.
alla radice dell’amore l’originaria separazione: espulsi, strappati dal grembo materno, cordone ombelicale tagliato di netto (per essere messi subito di fronte all’ineluttabile), convinti a rimanere vivi con la promessa di un amore grembale infinito, non sapemmo di essere soltanto macchine volte alla conservazione e alla perpetuazione del nostro patrimonio genetico, e che la riunificazione da quella separazione altro non è che il carburante più adatto a far correre meglio la macchina. ho sempre avuto il sospetto che pure il fatto che l’amore abbia trovato nei millenni i suoi aedi che enfatizzassero il tormento e l’esaltazione della passione… be’, che fosse anche questo programmato nel nostro dna. eros, agape, philia sono solo aspetti della stessa bevanda al gusto di caramello e gazzosa.
per una riformulazione che appartiene al tempo degli inganni, piuttosto, soltanto la musica barocca - priva di maneggi finto-epifanici - racconta della necessità simultanea dell'uno e del suo doppio, della molteplice forma dell'identico e del diverso, dell'immoto e del mobile, del simmetrico e del paradossale nel prima e nel dopo che muta ad ogni istante. cos’è, dunque, che (s)muove l’amour passion? la verità è che il segreto chiede di rimanere segreto. ben lo sa lo scaltro cattolico, lui che tenne una stronzata indicibile come il terzo segreto di fatima inviolabile fino a qualche anno fa quando infine, svelato, delusione e sorrisetti rischiarono di travolgere mediaticamente il vaticano. quando il rospo chiede perfido al millepiedi come fa a coordinare tutte quelle fottute zampette, il povero millepiedi frana disastrosamente.
troppe teorie sull’amore, troppi disvelamenti disfano l’amore. il segreto quindi dell’amore è che resti tale. che resti quella misteriosa indicibile nostalgia della prima volta che le labbra si dischiusero umide d’esaltazione, che resti quel parossistico senso d’abbandono misterioso del corpo prigioniero e felice, lo stupore colpevole, magnifico, dei primi incontri - così come nei versi di tarkovskij padre, che resti l’attimo commovente e mai fuggito di parole dette a voce e occhi bassi, e dell’avvolgersi della loro eco intorno al fumo di una sigaretta, calamitati assieme verso la betlemme di tutte le ricongiunzioni. si faccia quindi l’amore e non se ne parli.
ma sarà davvero così? confesso, sono confusa. e mentre ascolto like a rolling stone in questo ipod che mi trasporta verso il nord di una germania soltanto immaginata e osservo il mio golfo trapunto di nebbia, quello che più mi piace è rievocare il rotolare fatale di quella pietra che travolgeva ogni singolo appuntamento. l’amore meglio vederlo al cinema o nel salotto di casa da uno schermo al plasma. non affidiamogli la chiave del palazzo. il desiderio ha da essere sempre differito, ingannato. solo così, le due metà della mela, con aria noncurante, dopo una danza rituale di avvicinamento, una volta combaciate potranno essere persino sigillate.  

14/09/2008
contra gentiles



cessato lo sforzo di rendere sopportabili le nostre pratiche sociali pur in una severiniana discesa dell’universo mondo verso il nulla, mi risulta chiaro questo: che poiché l’itaglia coacervo di ladroni melodrammatici è all’ultimo posto per concretezza e progetto culturale con le sue antiche università affollate di niente, le piazze di nequizie e di rampolli che fregano i taxi a capri e che sono i più ignoranti d’europa, si capisce come l’abbandono del romanzo (principale veicolo di cambiamento e progresso morali) possa perfettamente spiegare l’incapacità d’ogni forma d’analisi che non verta sulla discussione attorno al rosso o al verde di un semaforo (e mettiamoci pure come diceva bocca che persino il pesto non è più fatto di basilico ma d’erbacce per non parlare dell’olio quasi minerale in cui è immerso). in tempi d’alitaglia con l’autunno alle porte mi sovviene il pezzo del nyt (irritante la corsa all’ira e al distinguo dei nostri campioni) sul tramonto della provincia dell’impero: illuminante. strano che dall’impero, già esso stesso in rotolante declino, si guardi al decadimento delle proprie colonie. o forse non è tanto strano… si vorrebbe che i luoghi deputati allo svago del grantùr contenessero quei principi solidi e creativi tali da permettere di trascorrere in perfetta integrità le rilassanti vacanze fra un tortello di zucca e la camera dolente di paola gonzaga pittata da un genio appena più che adolescente, girolamo mazzola. c’è un declino malinconico, ingiusto, che si traduce in lingua inglese fra una sleppa di mazza da cricket e un pink gin consumato tra i sandali profumati di un qualsiasi club di singapore; il paese di san giorgio e sant’andrea cedeva il passo ai nazionalismi infuocati di marxismo precotto, ben sicuro che tuttavia la classe dirigente si sarebbe ritrovata in tenuta bianca su campo verde perfettamente rasato. i paria armati di forbicine avrebbero come al solito senza lamentarsi coi sindacati (anzi fieri) pareggiato i germogli, le ginocchia immerse nella rugiada del mattino. si declinava malinconicamente ma accorrevano a tenere deste le energie una musica bellissima, un cinema potente, una letteratura che preludeva ai grandi e nostalgizzava gli immensi. l’inghilterra perdeva l’impero ma vestiva il mondo. l’italia viceversa declina in maniera avvelenata, suppurante, miasmatica, ripugnante, incapace da anni di un qualsiasi vagito importante che risvegli barlumi d’umanità, e una concreta fierezza che non sia nell’arte pedatoria. non è un paese confuso, è un paese triste d’una tristezza che sollecita scudisciate sulle natiche; che ha scelto di essere dalla parte del peggiore cattolicesimo, di chi non punisce mai se non il sarcasmo, che alla fine assolve sempre, quello che se ognuno ha le sue ragioni alla fine gli si può rintracciare persino un filone d’innocenza comunque sia. e se non ora a distanza di qualche anno. si abbia fede. un paese brutto, ancora più immondo se si pensa a ciò che fu, anche nel sangue e nel tradimento, ma vivaddio almeno quel bastardo del della rovere pagava un certo michelangelo, e il moro aveva le vertigini in fronte al cenacolo. parmigianino dipinse il composto grido sull’ingiustizia divina completamente al buio, in modo tale che se anche ora si richiudono le porticine del confortorio cani dee e atteoni rimbalzano nella nostra memoria fino al giorno in cui chiuderemo
grati gli occhi. non solo non c’è in vista nessun parmigianino che dipinga al buio immagini per la nostra ingiusta pena, ma i ladroni sputano il loro avvelenato catarro sui pavimenti della reggia. e nessuna fantesca che passi lo straccio.
09/02/2008
autodafé


"Il tuo blog. Ci sono capitato la prima volta abbastanza presto, forse era la prima metà di ottobre. Sono stato tentato di lasciarti un augurio […] per l'esserti messa in proprio, ma volevo dirti pure che l'inizio mi sembrava troppo clericofobico […]. Stavo per lasciarti un commento, poi però ho desistito. Lì ho anche letto qualcuno dei tuoi frequenti scambi con adulatori e falsi denigratori, con in primis questo al che tu chiami (h)al (9000?), ma devo dire che non sono molto a mio agio con un certo stile un po' retrò, un po' decadente, come quell'altro della lingua tagliata, tutta quella pompa, quell'enfasi, malgrado certe tue immagini davvero fulminanti (complimenti per quelle), e confesso che alcune delle cose che scrivi nemmeno riesco a capirle (è un mio limite, è la mia forma mentis). Cioè, nel leggere quello che scrivi mi sento come investito da un fiume in piena, presto perdo di vista il punto, torno indietro a rileggere, faccio fatica, in qualche modo arrivo in fondo ma mi rimane spesso la sensazione di aver perso qualcosa. Però considera che questo non è un giudizio (e se lo fosse conterebbe meno di zero), è piuttosto un'autocertificazione di alterità, la mia. Alcuni tuoi post mi sembrano scritti di getto (lo sono?), in una specie di inarrestabile stream of consciousness, spesso nel pieno di un rifiuto, sull'onda dell'indignazione, con lo sparo ad alzo zero e il disprezzo disseminato a piene mani. […]
Il mio stile, ammesso che ne abbia uno, è un altro. Ho grosse difficoltà a prendermi sul serio, tutto passa attraverso il filtro del sub specie aeternitatis, sento il bisogno di sfrondare, di andare all'osso, della compostezza, più che irascibile preferisco essere percepito come persona austera, o anche rigorosa, perché austerità e rigore mi attraggono, ed è così che mi sforzo di essere, al punto che tendo a liberarmi della parola ogni qualvolta questo è possibile.
Parto dal tuo blog e finisco per parlare di me, cosa discutibile e che abitualmente non amo fare. Ma qui mi serviva perché volevo scrivere con poche mediazioni e allo stesso tempo farti capire che non sto giudicando, c'è un valore nel tuo blog, ma io piuttosto preferisco il margine. […]
Detto senza nessuna solennità, perché sennò mi contraddico."

lettera firmata